Ludovica di Savoia (1629 – 1692) – Principessa Amazzone
- Simone Fiammengo

- May 4
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L’arte della caccia è stata, da sempre, un’attività riservata esclusivamente ai regnanti di sesso maschile, in cui le donne potevano partecipare solo come spettatrici, senza mai poterne prenderne parte. Un esempio è il ciclo di incisioni delle cacce realizzate da Jean Miel tra il 1659 e il 1661, che mostrano come la presenza femminile nel terreno da caccia fosse fortemente disciplinata. L’unica caccia che prevedeva una presenza femminile attiva era quella alla lepre, nella quale però nessuna cacciatrice imbracciava armi assumendo più che altro l’aspetto di una performance equestre. Ludovica di Savoia fu un’eccezione in questo panorama all’interno della corte sabauda. Attraverso la caccia, la principessa riuscì ad elevarsi sopra gli schemi sociali del mondo aristocratico e a superare la stessa rappresentazione che la corte sabaudo voleva dare di sé. L’educazione venatoria dei principi di Savoia avveniva tramite il rapporto intergenerazionale: all’età di 10 anni venivano introdotti alla “chasse à curre”, mentre l’iniziazione alla falconeria poteva avvenire in età ancora precedente. Ludovica, come narrano le fonti coeve, aveva una vera passione per la caccia, nonostante la prematura morte di suo padre, Vittorio Amedeo I, l’avesse privata dell’esperienza paterna in questo campo. Inoltre il suo consorte Maurizio di Savoia (1593 – 1657), pur partecipando alle cacce in quanto privilegio spettantegli per nascita, non fu un appassionato cacciatore, a differenza di suo fratello Tommaso di Savoia che invece era molto legato alle tradizioni venatorie dinastiche. Con il rientro nel 1652 a Torino presso la “Vigna” (oggi Villa della Regina), Ludovica riprese la sua passione venatoria potendo finalmente partecipare alle cacce organizzate da suo fratello Carlo Emanuele II. Possiamo quindi dire che l’educazione venatoria di Ludovica sia cominciata in età tarda, ma questo non le impedì in poco tempo di raggiungere una notevole maestria, ampiamente documentata nella grande caccia organizzata il 19 ottobre 1656 presso il Castello di Mirafiori da Carlo Emanuele II in onore del soggiorno di Cristina di Svezia a Torino. A questo riguardo ci è pervenuta un’accurata descrizione delle doti di cacciatrice di Ludovica dal nobile genovese Salvatore Castiglione: “Era un vedere la serenissima principessa Ludovica cavalcare il dorso a bizzarro corridore, coperta di pelle Tigrina freggiata d’oro, ricamata a trofei, hora spingere, hora ritirarsi secondo che poteva l’impegno, e la traccia de’ bracchi”. Anche l’ambasciatore veneziano, Francesco Michiel, ci ha lasciato una descrizione, datata 1670, di Ludovica che partecipa alle cacce “rassembra un amazzone negli esercizi di caccia, nel maneggiar un cavallo e nel guocar la lancia e la pistola”. L’utilizzo della pistola era inusuale nella caccia, dove si preferiva fiaccare la preda con la muta di cani per finirla con un colpo di paloscio o fucile. L’utilizzo di quest’arma indica che Ludovica non si sottraeva a praticare una caccia molto energica, che la poneva in posizione ravvicinata alla preda e dunque in una condizione di potenziale pericolo. Anche Amedeo di Castellamonte, architetto ducale, ci ha lasciato un’interessante descrizione delle cacce che si svolgevano alla reggia di Venaria Reale a cui Ludovica prendeva parte: “cacciatrice intrepida e infaticabile con le dame e damigelle, superbamente vestiti con habiti acconci al cavalcare, con parrucche bionde, e capelli con vaghe piume sul capo”.
Le cacce si svolgevano in terreni di proprietà della corona, ai quali la popolazione non poteva accedere. Quando era prevista una battuta di caccia, il personale addetto preparava il terreno cercando di spingere al cacciagione in un territorio più ristretto e controllabile. L’area collinare su cui sorgeva la “Vigna” era sempre stata esclusa dal distretto riservato alle cacce stabilito tra cinquecento e seicento, restando una zona d’uso per la popolazione. Nel 1649 Carlo Emanuele II decise di integrare questo territorio all’interno del distretto di caccia proprio a partire dalla “Vigna” fino a Cavoretto, proibendo a chiunque di andare per caccia. Non si hanno però notizie di cacce organizzate nei terreni della “Vigna”, nonostante l’inclusione all’interno del territorio di caccia esclusivo dei Savoia. Dalla passione di Ludovica per la caccia deriva anche la sua passione per i cavalli, e grazie ai registri della sua tesoreria è possibile sapere come era composta la scuderia della principessa. I dati tra il 1665 e il 1675 mostrano un aumento delle spese dovute all’ampliamento considerevole delle sue scuderie (spese per cavalli, personale, finimenti etc…), arrivando a pesare un terzo di tutte le spese. Molto probabilmente Ludovica arriverà a possedere tra i 100 e 130 cavalli, numero assolutamente ragguardevole tanto da competere con le scuderie ducali, che ne contavano 159.
La passione per la caccia della principessa Ludovica è anche testimoniata delle decorazioni delle sue stanze nella reggia di Venaria Reale, che erano dipinte con temi animalistici (oggi frammentarie). Sempre dal Castellamonte ne abbiamo la descrizione: “hor passiamo a quest’altra camera, nella quale per esser destinato Appartamento della sorella la principessa Ludovica Maria giontamente sagace, e indefessa cacciatrice, ha voluto l’autore in dieci quadri dal fregio mostrare, come l’ingegno humano siansi rese mansuete diverse fiere feroci”. Anche nella “Vigna” (oggi Villa della Regina), la sua residenza principale, in un inventario redatto nel 1670 vediamo come la passione per caccia non si era affievolita con l’età. Negli arredi elencati nella sua proprietà compare un letto da caccia a padiglione d’ermellino rigato di diversi colori utilizzato per le lunghe cacce; inoltre è citato anche un quadro con cornice dorata e riccamente intagliata, raffigurante tre cacciatrici.
La caccia era un aspetto fondamentale dell’educazione del principe e del gentiluomo dell’antico regime, soprattutto per la corte sabauda. Proprio per questo suo carattere relativo all’universo maschile, essa assume un significato differente, e forse più profondo, quando coinvolse regine come Cristina di Svezia, Elisabetta I e principesse come Ludovica di Savoia. La caccia per esse era sì un privilegio spettante per nascita, ma anche una scelta identitaria. Per Ludovica la caccia fu un eccezionale strumento che non solo le permise di superare gli steccati imposti, ma di riplasmare il posto a lei assegnato in quanto “oggetto di scambio diplomatico” in uno spazio nel quale costruire una propria autonomia e comunicare con forza la propria potenzialità al comando e alla sovranità.
