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Ludovica di Savoia (1629 – 1692) – Nascita di una principessa

  • Writer: Simone Fiammengo
    Simone Fiammengo
  • 1 day ago
  • 6 min read

Così come la figura di Maurizio di Savoia era stata messa in disparte dagli storici di tutte le epoche per la sua carriera da cardinale e per aver causato la guerra civile per la tutela del nipote contro la nuora Cristina (vedi articolo: Maurizio di Savoia (1593 – 1657) - Principe, cardinale e diplomatico), anche la figura di sua moglie e nipote Ludovica di Savoia è rimasta per secoli ai margini. La sua immagine è stata raccontata superficialmente come vittima della ragion di stato, obbligata da sua madre Cristina di Borbone, che era la sorella del re di Francia Luigi XIII (reggente per il figlio Carlo Emanuele II) a sposare suo zio Maurizio nel 1642, per porre fine alla guerra civile che stava devastando il ducato sabaudo. In realtà - dalle recenti ricerche basate sui documenti dell’epoca - emerge che Ludovica era tutt’altro che un personaggio di secondo piano all’interno della corte sabauda. Era un’eccellente cavallerizza, andava a caccia (attività da sempre riservata esclusivamente agli uomini), era una raffinata collezionista e mecenate oltre che, a leggere le cronache, capace di maneggiare la pistola. Alla morte di suo marito, eredita tutti i suoi beni tra cui anche la Vigna che si era fatto costruire sulla collina fuori Torino, l’attuale Villa della Regina, ingrandendola e dandogli un’impronta profonda tanto che nel “Theatrum Sabaudiae”, pubblicato nel 1682, la Vigna è presentata come “Vigna Ludovica”.


Ludovica di Savoia era la primogenita, nata nel 1629 dal matrimonio tra il duca Vittorio Amedeo I e Cristina di Borbone, ma la sua nascita fu adombrata dalla calunnia. Alcuni scrittori francesi del tempo, infatti, misero in dubbio la reale paternità, non solo di Ludovica, ma anche degli altri figli di Cristina. Secondo il manoscritto “Relation de la cour de Savoye ou Les amours de Madame Royale”, pubblicato nel 1667 ma scritto sicuramente prima, Cristina avrebbe tradito il marito Vittorio Amedeo I con una lunga serie di amanti. I figli quindi non sarebbero stati concepiti con il duca, ma dai favoriti della Madama reale che a mano a mano si sarebbero avvicendati nel suo letto. Leggendo la “Relation”, Ludovica sarebbe stata il frutto della relazione amorosa tra Cristina e “un françois nommé Pomeuse”, che poi stanca di lui lo avrebbe fatto uccidere. In realtà gli storici di tutte le epoche concordano nel sostenere che questa vicenda sia stata inventata per screditare Cristina e i suoi discendenti in chiave anti - sabauda. La storiografia francese ci permette di identificare Pomeuse con Maximilien de Puget (1590 ca. – 1645 ca), figlio secondogenito ed erede di Etienne de Puget (1560 ca. – 1638/39), signore di Pomeuse, consigliere e tesoriere del re facente parte della nobiltà di provincia della Provenza. Per questo motivo il re Luigi XIII lo nominò paggio di sua sorella Cristina, che seguì a Torino con la sua corte francese. A Torino la carriera di Maximilien progredì rapidamente diventando primo paggio e poi scudiere, quindi la figura maschile più vicina a Cristina a parte il marito. Questo implicava ovviamente un rapporto di stretta confidenza che alimentò pettegolezzi e maldicenze, tanto da scatenare nella primavera del 1629 uno scontro tra lui e il cardinal Maurizio. All’epoca Cristina era incinta di Ludovica e il ducato di Savoia era impegnato contro la Francia per la guerra di successione mantovana. Le truppe francesi, guidate da Luigi XIII e dal Cardinale Richielieu, invasero gli Stati sabaudi fermandosi a Susa. In questo contesto la posizione di Cristina si fece complessa, in quanto sorella del re di Francia e circondata da una piccola corte francese. Si creò quindi un via vai di emissari tra Torino e Susa e il continuo andare e venire di Maximilien fece sospettare ai Savoia che Cristina o qualcuno della sua corte stesse tramando qualcosa con i francesi. Con la scusa di alcune lettere che recavano offesa al cardinale Maurizio, ordinò ai suoi soldati di aggredire Maximilien sulla via per Avigliana a bastonate lasciandolo moribondo. La verità era un’altra: i Savoia volevano prendere le lettere che Maximilien portava con sé per capire quali informazioni stesse passando a Richelieu. Nonostante le percosse subite Maximilien riuscì a varcare i confini dello stato sabaudo, ma dopo alcuni mesi Maurizio e Carlo Emanuele I decisero di agire di nuovo facendo catturare lo scudiere. Grazie però alle forti pressioni dei francesi, venne liberato e rimandato in Francia con tutti i francesi della corte di Cristina, che a questo punto si trovò da sola. La “Relation” fu però pubblicata tardivamente (1667), dopo che Maurizio e suo fratello Tommaso di Savoia erano già morti da tempo. Le ragioni della pubblicazione dell’opera si inseriscono quindi in un contesto diverso da quello originale. Il quadro della situazione politica era quello dell’insediamento al trono ducale di Carlo Emanuele II alla morte di sua madre Cristina, avvenuta nel 1663. Primo in linea di successione sarebbe stato Emanuele Filiberto di Carignano (figlio di Tommaso di Savoia), che però aveva simpatie filo – spagnole, il che lo rendeva sgradito a Luigi XIV. Il re Sole mirava a porre sul trono ducale Eugenio Maurizio di Soissons, fratello minore del principe di Carignano, puntando anche sulla disabilità del duca regnante, in quanto sordo e solo parzialmente in grado di parlare. Dall’altro lato il duca Carlo Emanule II, che in realtà era perfettamente in grado intendere e volere, cercava di rafforzare la figura del principe di Carignano Emanuele Filiberto come possibile erede al trono prospettando di dargli in moglie Ludovica. Il matrimonio in realtà non si fece mai, probabilmente la stessa Ludovica non era dell’idea di sposare un cugino di primo grado, dopo l’esperienza di matrimonio con lo zio, oltre che per il rischio di scontro con la Francia. Ludovica però rimaneva una pedina molto importante nello scacchiere della successione sabauda e screditarne la paternità avrebbe indebolito il ramo primogenito a favore della successione Soissons. 


Dal corpus di lettere giunte fino a noi sappiamo che Ludovica fu educata alla gestione dello Stato, mostrando sempre una competenza e conoscenza in questioni politiche e di guerra non così comuni per le dame dell’epoca. Inoltre, ricevette probabilmente anche un’educazione venatoria, pur se interrotta dalla prematura morte di suo padre, che però riprese più avanti dimostrando un’abilità nella caccia fuori dall’ordinario.


Il matrimonio con suo zio Maurizio fece molto scalpore all’epoca, non tanto per la giovane età di Ludovica, che nel 1642 aveva 14 anni, ma perché Maurizio era lo zio paterno oltre che il suo padrino, e per sposarla non aveva esitato ad abbandonare la porpora cardinalizia. A cogliere il potenziale polemico del matrimonio fu il più caustico degli scrittori libertini del tempo: Ferrante Pallavicino, che dedicò alla vicenda alcune pagine del “Divortio celeste”, pubblicato nel 1644, che avrebbe causato la condanna a morte dell’autore. Anche l’abate Siri nel secondo volume “Mercurio” apparso nel 1646, affronta la vicenda, evitando però ogni critica all’ex cardinale e presentando la principessa Ludovica come agnello sacrificale consapevole del proprio ruolo. Il matrimonio venne celebrato a Torino il 13 agosto 1642 con procura dello sposo, a Nizza il 21 settembre con procura della sposa, mentre il matrimonio congiunto venne poi celebrato a Sospello. Ludovica raggiunse poi il coniuge a Nizza dove rimarrà per quasi 10 anni; dalle lettere che scriveva a sua madre Cristina e a suo marito emerge che spesso era sola e che le mancava la corte di Torino. Spesso Maurizio le mandava doni alimentari come pesce, ostriche, limoni e frutti prelibati, a lei molto graditi; dall’altro lato però Ludovica si lamentava di essere a corto di abiti adeguati alle stagioni per il rango che ricopriva. Fino alla morte di Maurizio, Ludovica non dispose di una casa o di appannaggi propri, per cui il mantenimento suo e del personale dipese degli appannaggi che riceveva Maurizio, assegnati dal padre Carlo Emanuele I nel 1620 per il suo sostentamento a Roma. A Nizza Ludovica visse alcuni momenti di forti ristrettezze, tanto da indebitarsi per mantenere il proprio status, in quanto gli accordi economici – che le garantivano una somma annua – non erano rispettati di Maurizio. La principessa arrivò addirittura a chiedere a suo marito di poter sottoscrivere un prestito con il suo stesso tesoriere, garantito dai suoi proventi dotali. Alla morte di Maurizio questi redditi passarono a Ludovica che li manterrà fino alla sua morte nel 1692, quando per testamento ritorneranno alla corona ducale ad eccezione di Villa della Regina, che verrà lasciata ad Anna d’Orleans moglie del duca Vittorio Amedeo II. Grazie agli appannaggi che Maurizio le lasciò, Ludovica poté finalmente riprendere una delle sue passioni, la caccia, ampliando le scuderie e acquistando diversi cavalli. Inoltre ingrandì la Vigna (Villa della Regina) sulle colline di Torino portandola praticamente alle dimensioni attuali e arricchendola di arredi e oggetti di lusso.


La figura di Ludovica non è, quindi, quella di una donna che accetta passivamente ciò che le viene imposto vivendo ai margini della storia, ma di una donna indipendente consapevole del proprio ruolo e peso politico.

 
 
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